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CAPITOLO 7

(Uno sguardo oltre l’orizzonte esistentivo)

 


7.1) Dualismo reale e Materialismo.

 

    Dopo esserci addentrati abbastanza nel DR da averne delineata la cornice generale e alcuni luoghi importanti vorrei lanciarmi in una considerazione ottimistica, che spero trovi qualche condivisione nel lettore che mi ha seguito fin qui. L’apparire della funzione idemale e la conseguente intuizione dell’aiteria potrebbe stato un fatto così straordinario e rivoluzionario per l’homo sapiens che è persino difficile coglierne esaustivamente i contorni. L’idema infatti non ha soltanto aperto l’orizzonte che ha permesso ad una certa categoria di esseri viventi di uscire dal regno della necessità e consentir loro di intravedere un ambito completamente diverso e sottratto alle leggi della materia, ma li ha soprattutto resi consapevoli che quest’apertura, per ora realizzata con l’aiteria, è teoricamente possibile anche con altri tipi di realtà. Ciò significa, in termini pluralistici, che diventa legittima l’ipotesi che con ulteriori passi evolutivi sia possibile per l’homo sapiens (o per altre specie più evolute) andare oltre, accedendo ad orizzonti oggi impensabili, forieri di nuove e inimmaginabili esperienze. Ciò che già l’idema attuale ci mette a disposizione da diversi millenni sul piano esperienziale non sembra di per se stesso ulteriormente molto incrementabile a breve termine. Ma se l’idema non ci promette per l’immediato futuro nulla di particolarmente nuovo nondimeno essa ci “annuncia” quegli orizzonti ulteriori e diversi a cui abbiamo accennato. Le generazioni a venire potrebbero riuscire ad andare molto oltre la realtà duale posta dal DR e intraprendere percorsi diversificati e profondi nell “irriducibile” alla materia; si tratti di ciò che qui abbiamo chiamato aiteria od altro. Noi siamo la relativamente inconsapevole avanguardia biologica di uno straordinario superamento dei limiti della necessità, verso altri sorprendenti ambiti probabilmente per noi inconoscibili, ma realmente intuibili, che amplierebbero l’orizzonte pluralistico che abbiamo ipoteticamente posto.

        Dopo aver fatto il mio proclama di ottimismo devo però anche subito frenarlo con un dovuto monito a me stesso e a chi potrebbe eventualmente essere indotto a seguirmi in questi orizzonti ignoti: bisogna sforzarsi di restare sempre coi piedi per terra, poiché, entrando nel campo del non percepibile e del non razionalizzabile, i rischi di lasciarsi prender la mano dall’immaginazione non sono pochi. Il fatto è che, a rigore, “i piedi per terra” sono in fondo coerenti solo con il materialismo e la sua rigida prospettiva, al quale, nella nostra trattazione, abbiamo lanciato qualche frecciata non proprio benevola. Con ciò non dobbiamo rimangiarci nulla e non abbiamo niente di cui fare ammenda, ma sarà nondimeno opportuno chiarire i rapporti esistenti tra il DR e il materialismo (che abbiamo la presunzione di aver superato) il quale (molto più di quanto si pensi) è di esso fondamento e premessa ineludibile. 

    Dobbiamo ammettere senza mezzi termini che il materialismo è l’unica visione “concreta” (documentabile e verificabile) della realtà percepibile ed intelligibile; esso appare pertanto irrinunciabile, a dispetto del fatto che  se il suo orizzonte gnoseologico risulti incompleto e troppo schematico. Il materialismo costituisce allora l’unica weltanschauung nota che la ragione può ratificare senza riserve, quindi esso rimane la miglior espressione di razionalismo monistico. Se non si vuole lasciare questo solido e sicuro faro di riferimento nel nostro navigare verso orizzonti nuovi dobbiamo sempre verificare che la ragione non venga messa in un angolo e che rimanga l’irrinunciabile guida dei nostri viaggi mentali, anche quando saremo costretti a concedere qualche spazio all’immaginazione.

   Tuttavia il problema è quello già rilevato: il materialismo è valido entro i limiti del suo ambito di riferimento (la materia), ma diventa riduttivo e inaffidabile quando pretende di applicare i suoi concetti a ciò che è con tutta evidenza “irriducibile” alla materia stessa.  Filosoficamente parlando il materialismo dice il “vero” quanto indaga la realtà percepibile e razionalizzabile, ma quando liquida ciò che abbiamo definito abmozioni come epifenomeni della “materia pensante” compie un abuso che si ritorce contro la stessa ragione, la quale (scusate la metaforica personalizzazione) finisce per giudicare “irragionevole” questa tesi. La ragione è per sua natura calcolatrice ed analitica, quindi non può accontentarsi di un’affermazione priva di un adeguato corredo di elementi a sostegno, poiché altrimenti l’affermazione rischia di assumere i caratteri di un’acritica credenza [107], ponendosi con ciò fuori dalla razionalità. Se poi il materialismo “forza” per esigenze dialettiche la “riduzione” alla materia di esperienze “non-materiali” finisce per “falsare” un oggetto di indagine che è fuori della sua portata e così facendo falsa anche se stesso, invalidando le stesse premesse epistemologiche che lo fondano.

    Per capire di che cosa stiamo parlando faremo qualche esempio concreto, il quale andrà a completare quanto già esposto con l’argomento logico e poi ripreso qua e là in vari altri punti. Se è materialmente “reale” (e indubbiamente lo è) un libro di poesie, che è un oggetto costituito da una certa quantità di carta e inchiostro, va aggiunto che esso nel contempo il “prodotto” idemale-intellettuale di un’individualità poetante (che lo “produce” in quanto “suo” libro di poesie). Perciò non si vede perché dovrebbe essere reale il produttore e non il suo prodotto. “Quel” libro (e non un altro) esiste non tanto in quanto una certa quantità di carta e inchiostro lo costituiscono, ma soprattutto perché “contiene e trasmette” una reale “sostanza” poetica che il poeta ci ha messo dentro. Allora, come può essere considerata reale la carta, che non qualifica quel libro (ma qualsiasi libro in generale) e ritenuto invece “irreale” ciò che lo qualifica specificamente come “quel” libro di poesie che viene preso in esame? Eppure questo è proprio ciò che sostiene in fondo il materialismo, il quale si basa sul fatto che il prodotto materiale preesiste e può sopravvivere al produttore, che in un certo senso “si aggiunge” alla materia che è l’elemento fondante l’oggetto. All’elemento poetico che caratterizza il libro (per chiunque lo fruisca come tale) il materialismo riconosce sì effettualità ma nessuna sostanzialità reale; quindi la “poeticità” assume soltanto i caratteri della precarietà emozionale e la transitorietà dell’epifenomeno. Invece è esattamente il contrario, poiché “quel” libro potrà anche andare al macero o a fuoco ma innumerevoli altre copie di esso esistono e potranno venir stampate (a testimonianza della “realtà” extrafisica dei testi che raccoglie) ed esso sopravviverà in altre copie (cartacee, su disco o semplicemente nella memoria di qualcuno) alla distruzione della materia che lo supporta.

    La “riduzione” del libro a carta e inchiostro è un’operazione concettuale che appare visibilmente assurda e persino irrazionale, poiché implica la tesi che il libro sia privo di vera qualità indipendente dalla materia con la quale si offre alla fruizione e che pertanto è “riducibile” ad una generale e pura quantità materiale, costituita dalla somma delle quantità che lo hanno reso possibile (carta, inchiostro, filo, colla, ecc.). La conseguenza è che al libro viene negata la qualità che lo caratterizza e lo rende differente da qualsiasi altro libro. Su tale base concettuale materialistica la realtà di un manuale di chimica è esattamente quella di una qualsiasi edizione della Divina Commedia delle stesse dimensioni e caratteristiche fisiche.

    Per quanto sopraesposto ci permettiamo allora di avanzare l’ipotesi che il DR si possa anche qualificare come una forma di “post-materialismo”, nella quale, riconosciuta la validità dell’interpretazione materialistica della maggior parte delle nostre “basilari” esperienze di vita, si delimita poi il campo con un “di qua” e un “di là” dai confini della materia. Ciò rende evidente che l’attendibilità dell’interpretazione materialistica della realtà si concretizza e si qualifica come “vera” proprio e soltanto se non esorbita arbitrariamente da ciò che lo concerne, vale a dire la materia stessa e nulla più. Allora, posta correttamente, l’interpretazione materialistica, proprio nell’autolimitarsi e nell’ammettere la possibilità che esistano nell’esperienza dell’uomo momenti di “estraneità” alla materia e sui quali esso non ha nulla da dire, cessa di essere un atteggiamento filosofico rigido (e qualche volta ideologico e dogmatico) e diventa il fondamento di un’esplorazione della realtà irriducibile alla materia.           

 

 

 

 7.2) Materialità: realtà o illusione?

   

    Nel paragrafo 3.1 nel chiederci “Ma che cos’è la realtà?” avevamo cercato di definire i criteri che ci permettono convenzionalmente di attribuire caratteristiche irrinunciabili affinché un oggetto, un fatto o un’esperienza possano essere legittimamente essere definiti reali. L’intento era soprattutto quello di porre a priori delle “regole di realtà” comuni sia alle esperienze propriamente materiali sia a quelle “non-materiali”. La nostra preoccupazione allora era quella di legittimare l’attribuzione di realtà alle esperienze mentali sprovviste di alcuni dei caratteri propri della realtà materiale, che per lo più ci si offre provvista di definibilità, determinabilità, calcolabilità, analizzabilità, verificabilità, peso, volume, quiete o movimento, temperatura, solidità, collocazione spaziale e temporale, durezza, composizione chimica, eventuale riproducibilità, permanenza, ecc.ecc. Ma nell’approfondimento dell’argomento della realtà (ricordiamo che il DR lo adotta in sostituzione di verità) ci andiamo accorgendo che le “cose” e i fatti comunemente ritenuti reali su basi percezionali ad un’attenta analisi presentano dei caratteri fisici che in qualche caso contraddicono clamorosamente la “realtà” attribuita dai nostri sensi agli oggetti delle nostre percezioni, presentando in qualche caso le caratteristiche della pura “apparenza” e in altri quello della pura “convenzione” numerica.

  Succede abbastanza spesso in campo ateo che un giusto materialismo di fondo si coniughi con un supposto razionalismo rigido e assoluto, a cui fa puntualmente eco un cieco scientismo.[108]  Tentazioni di questo genere, storicamente verificate e puntualmente ricorrenti, sfociano talvolta proprio nel loro opposto, per cui un’aprioristica e acritica “fede nella scienza” assume spesso coloriture quasi mistiche di sotterraneo irrazionalismo, le quali, come storicamente si è visto col positivismo di Comte, possono addirittura sfociare in vere e proprie derive misticheggianti.[109]

    Correlato a ciò si incontra, quasi sempre, l’emergere di un problema di “definibilità” del campo delle scienza, dei suoi limiti e dei suoi arbitrî nel creare “modelli” interpretativi non necessariamente “veri”, ma il cui valore sta nel “funzionare” dal punto di vista conoscitivo in maniera adeguata ai fini.  Quindi quei modelli sono “utili” (se non indispensabili) per il progredire della ricerca, ma non necessariamente basati sul background della realtà nota e abbastanza spesso mere costruzioni immagifiche di ciò che si rivela per il momento inconoscibile.

    Quando la scienza, nell’esplorazione di nuovo orizzonti, si imbatte nell’assenza di dati certi rinuncia a “definire” e si esercita in un lavoro immaginativo che spesso “crea” dei modelli basati sull “ammettiamo che...” o sul “se fosse...allora..” o “potrebbe darsi...” che non rispondono a criteri scientifici rigorosi, ma che sono un pò lavori di progettazione misti a un a certa dose di bricolaggio. Se si tiene poi conto che la scienza contemporanea è ormai diventata una generalizzata “matematica applicata”, dove l’elaborazione numerica soltanto a posteriori (e neanche sempre) trova rispondenza nella realtà, diventa estremamente difficile pensare che i procedimenti della scienza possano essere assunti quali “verità” fattuali. Quindi le teorie scientifiche, alle quali si chiede soprattutto di “funzionare”, possono benissimo diventare il campo di un “immaginario” compatibile con la realtà, il quale, senza rispecchiarla, la “interpreti” matematicamente in modo da trovare verifica e utilità nelle applicazioni della tecnologia. In altre parole: l’importante è per la scienza esplorare l’ignoto e ridurlo a misura dell’intelligibilità umana, interpretandolo come fosse “roba nostra”, mentre nella realtà come esso sia “in sé” forse l’uomo non lo potrà mai sapere.

    Si sa come molto spesso gli scienziati, nell’elaborazione di una teoria, partano dal presupposto che la realtà fondamentale debba essere “semplice” e che quando essa offre di sé un’immagine troppo complessa ritengono che ci sia “qualcosa che non va” e che ciò sia dovuto all’incapacità di “leggerla” adeguatamente. Questo fa sì che lo scienziato spesso si preoccupi anche dell “eleganza” matematica della sua teoria. Non ci dobbiamo quindi stupire quando sentiamo parlare  di “bella” ipotesi, di “bella” tesi, di “bella” teoria o di “bella” formula. Il senso estetico degli scienziati sembrerebbe fuori posto nell’indagine scientifica, eppure ad esso (è sicuramente il caso di Einstein come di molti altri) qualcosa devono certe straordinarie intuizioni sulla realtà dell’universo. Recentemente un libro divulgativo sulla fisica delle superstringhe è stato intitolato L’universo elegante [110] e l’aggettivo qui non ha il solo scopo di rendere accattivante al grande pubblico una materia così difficile, ma rispecchia veramente l’eleganza dell’idea di immaginare l’universo come il frutto dei diversi modi di vibrazione di infinitesimi filamenti di materia, concepiti in analogia con le corde di uno strumento musicale ad arco. Come le vibrazioni delle corde di un violino creano le note musicali, le superstringhe (o più semplicemente le stringhe) vibrando creano le particelle elementari della materia.[111]

    La matematica è, almeno dal XV secolo, considerata non solo fondamentale per l’indagine scientifica, ma per molti versi il linguaggio stesso dell’universo materiale. Eppure è difficile dire se alcuni numeri “chiave” nella nostra interpretazione dell’universo siano “suoi” o invece puramente “nostri”. La “quadratura” del cerchio è forse stato il sogno perduto degli antichi geometri, ma è stata la sua “triangolarizzazione” a permettere di ricavare quel pi-greco così poco semplice, che è un pò il passpartout di ogni transazione tra il retto e il curvo del mondo visibile. Ma come si può pensare che il numero 3,14159...possa veramente appartenere oggettivamente alla struttura di un universo semplice? Esso è con tutta evidenza uno strumento umano per interpretare l’universo visibile, ma esso concerne i nostri calcoli e la nostra indagine, non l’universo in sé. E questi numeri complessi e incomprensibili, vecchi e nuovi, sono numerosissimi (almeno tutte le costanti della fisica) e per lo più privi di rapporto tra loro e irriferibili a una struttura definita ed omogenea del cosmo. Allora diventa necessario abbandonare la convinzione che la “verità” sul mondo e sulla materia passi soltanto attraverso i numeri e ammettere che la scienza non può essere ritenuta in grado di spiegare “matematicamente” tutti gli aspetti esperibili dell’universo. Infatti, noi stiamo “costruendo” con la scienza un universo materiale e matematico coerente e intelligibile “per noi”, ma nulla più. Soltanto in questo modo e in questa forma esso risulta per noi comprensibile, indagabile e manipolabile. La nostra interpretazione matematica dell’universo è certamente corretta e “funzionante” e noi potremo continuare ad accrescere “in estensione” le nostre conoscenze per mezzo di formule alfanumeriche, ma ciò non ci assicura di poterlo nello stesso modo indagare “in profondità”. 

    Ma veniamo ora all’argomento che titola questo paragrafo e vediamo nel dettaglio quanto delle nostre idee “correnti” sui diversi aspetti dell’universo visibile risponda alla realtà o sia incoerente con essa al punto da diventare illusorio. Relativamente al campo della determinabilità ci imbattiamo subito in una prima difficoltà quando si cerchi di indagare il “molto grande” o il “molto piccolo”, nel primo caso perché esso è (ancora) inaccessibile, nel secondo perché esso è indeterminato. Nel caso del molto grande il problema è rappresentato dalle distanze, come dire che se un dio avesse creato l’universo, tanto per cominciare non l’avrebbe fatto per nulla “a misura d’uomo”, dal momento che nessun esploratore (quand’anche viaggiasse alla velocità della luce) giungerebbe ai limiti dell’universo per vedere se c’è qualcosa “fuori”. Nel mondo subatomico invece il problema è assai diverso, perché i suoi costituenti si presentano a noi in forme precarie e mutevoli, delle quali si riesce a volte a cogliere solo qualche traccia, a volte qualche caratteristica, senza però mai avere la possibilità di determinarne contemporaneamente il moto o la posizione e quindi collocarli spazialmente. Su questo argomento, dalla fine degli anni ’20, quando la meccanica quantistica ha cominciato a conquistare il panorama della fisica subatomica, si sono sentite anche molte sciocchezze, come quella che le particelle subatomiche sarebbero coscienti di “essere osservate” dall’uomo e che ciò le porterebbe ad assumere aspetti diversi a seconda del “come” l’uomo entra nel loro mondo [112. In realtà, le particelle elementari, nella loro indeterminatezza e instabilità, costituiscono un territorio infido, anche perché esse sembrano poter assumere “a caso” una delle più o meno numerose determinazioni in cui possono presentarsi alla nostra osservazione, quindi noi operiamo secondo criteri di convenzionalità scientifica nel cercare che esse ci rivelino “qualcosa di sé” attraverso i nostri strumenti di osservazione. Ora, se in molti casi nell’osservazione del mondo subatomico “ciò che si cerca è ciò che si trova”, sembra ragionevole ritenere che ciò si verifichi non già perché la particella riveli ciò che è, ma soltanto perché noi ne scopriamo denotazioni di essa “leggibili” e coerenti con la nostra teoria generale. Penetrando in un mondo così indeterminato, probabilistico e in definitiva puramente “possibile”, sembra ragionevole pensare che ogni nostra intrusione “materializzi” la particella nella forma cercata o compatibile con le nostre premesse e che ciò costituisca un limite forse invalicabile della nostra ricerca.

    In campo macroscopico sembra invece che la scienza ci abbia condotti molto più vicino alla realtà dell’universo. Così il tradizionale modo di considerare lo spazio e il tempo (e quindi quello di ritenere determinabile la collocazione spaziale e temporale di ogni entità reale) viene messo oggi in crisi dal concetto di spazio-tempo della relatività generale, dove il secondo si rivela soltanto come un modo improprio di considerare la curvatura del primo. In questo caso vengono sovvertite dalla scienza tutte le nostre percezioni del mondo che ci circonda (che in quanto tali concernono la realtà del vivere quotidiano) e ci vediamo costretti ad assumere un concetto del mondo che ci circonda sicuramente più vero, ma in contrasto col nostro modo “corporeo” di interagire con esso.

    Se dal problema un pó astratto ma oggettivo della definibilità e della determinabilità si passa a quello più concreto della percezione (o della “credenza” percettiva?) di peso e volume noi uomini della strada veniamo sempre colti impreparati e ogni volta siamo vittime della sorpresa quando veniamo richiamati alla verità scintifica. E’ vero che tutti impariamo fin da piccoli che se si elimina l’attrito dell’aria una piuma e un palla di piombo fatti cadere da un tetto arrivano a terra nello stesso istante (perché ciò che li fa cadere è la forza di gravità) però noi continuiamo a pensare che la piuma è “leggera” e la pallina “pesante”, mentre la pesantezza è in realtà la forza con cui la terra “tira” in giù i due oggetti e che questa è proporzionale alla massa. In quanto al volume la questione è un pò più sottile. Nella pentola di metallo o nella caraffa di vetro che portiamo in tavola distinguiamo il “pieno”del contenitore e il “vuoto” del volume che racchiudono, ma in realtà anche la solidità del metallo e del vetro è per lo più “vuota”. Infatti l’unica cosa veramente solida è il nucleo dell’atomo, che è una massa di piccolezza infinitesima rispetto all’enormità dello spazio vuoto che la circonda, in tale spazio fluttuano elettroni dalla massa nulla o quasi, che forse sarebbe meglio definire come pure “onde di energia”. Il tutto degli atomi poi sta insieme e non scoppia o non collassa (e per ciò costituisce le cose concrete e reali) soltanto per un equilibrio di forze contrastanti, per cui alla fine di solido in essi c’è pochissimo e la solidità è unicamente il nostro modo di definire ciò che la pressione del nostro dito non trafigge o non deforma. Se poi passiamo ai materiali porosi la faccenda è ancora più sorprendente. Il tavolo che noi stracarichiamo a volte di chili di libri o su cui saliamo per cambiare una lampadina è due volte vuoto; prima perché il legno in quanto poroso è pieno d’aria e poi perché gli atomi che compongono i suoi costituenti (la lignina e la cellulosa) sono tra i più leggeri in natura e pertanto “più vuoti”. E in definitiva, nel definire pesi assoluti e pesi specifici, tutte le nostre operazioni si riducono perciò ad una questione di astratta matematica. Quello che “fa essere” le cose materiali non è la “qualità” ma la “quantità”: il piombo è “qualitativamente” assolutamente identico all’azoto, quello che fa la differenza è soltanto il numero di protoni e neutroni del suo nucleo, che sono molti di più del maggiore (e più leggero) costituente dell’aria.

   Anche i concetti di quiete o movimento sono assolutamente relativi. Sempre restando agli atomi a cui abbiamo accennato sopra e a qualsiasi elemento appartengano, che poi sono la “vera materia” (perché il resto fa parte delle nostre definizioni, se non delle nostre illusioni), sono costituiti da componenti ognuno dei quali è in moto perpetuo. A parte gli elettroni che “girano” o meglio “turbinano” intorno al nucleo è proprio in questo, che parrebbe “la cosa ferma”, dove ciò che in realtà lo costituisce e lo fa essere (i quarks) hanno un interminabile e curioso modo, anzi modi (gli spin), di ruotare su se stessi. Ma chi di noi si ricorda che la terra viaggia nello spazio e che noi siamo quindi su un veicolo sferico che viaggia alla velocità da capogiro di 108.000 chilometri all’ora?

    In questo ambito di considerazioni si colloca anche la temperatura, la quale, considerata con attenzione, nella sua realtà sovverte anch’essa i nostri quotidiani modi di intenderla. Infatti essa è determinata soltanto da una questione di quiete o di moto delle molecole che costituiscono il corpo o l’ambiente considerato. La “freddezza” o la “caldezza” dell’acqua con cui ci laviamo non sono delle qualità, ma semplicemente il risultato della velocità con cui le molecole del fluido si muovono. Nel caso dei gas poi si arriva col riscaldamento ai livelli parossistici di un moto velocissimo e vorticoso, dove le molecole corrono come impazzite scontrandosi e schizzando da una parte all’altra: eppure tutto questo nella nostra percezione è molto semplicemente soltanto “aria calda ferma”.

    Le considerazioni di questo genere potrebbero continuare a lungo, ma il discorso diventerebbe pedante e preferisco fermarmi qui. Quel che mi preme rilevare che in un contesto esistentivo materialistico, nel quale comunemente si ritengono più reali la carta e l’inchiostro costituenti materialmente il libro di poesia che teniamo tra le mani rispetto alle emozioni che ci dà il fluire dei versi che leggiamo, la tentazione di dire che “in realtà” è probabilmente vero proprio il contrario è molto forte e forse non del tutto ingiustificata.

                           

 

                       

 7.3) Aiterialità: illusione o realtà?

 

    Dopo la chiusa un po’ provocatoria del precedente paragrafo mi corre l’obbligo di non differire ulteriormente il discorso sull’aiterialità, che fin’ora ho posto in modo un po’ vago e che ora dovrò accingermi a trattare adeguatamente. Sono consapevole di entrare nel campo dell’incerto e dell’opinabile e quindi non posso evitare di richiamare il mio preventivo mettere le mani avanti esposto in Premessa (una sorta di furbesca captatio benevolentiae?), e dopo di ché…scoprire le carte.  

    Nell’esporre al paragrafo 2.5 l’argomento osservazionale-percettivo avevamo un po’ radicalizzato il problema; nella vita quotidiana e persino nella prassi scientifica molto spesso le considerazioni oggettive su singoli enti reali o su insiemi di essi non sono poi così nettamente disgiunte da quelle estetico-affettive, che sono per contro sempre del tutto soggettive. Anzi, molto spesso è proprio la conoscenza degli aspetti strutturali e funzionali più nascosti all’occhio e alla percezione che fanno nascere (gnoreticamente) l’amore per l’oggetto delle proprie ricerche. Ciò significa che lo scienziato ha in realtà quasi sempre un approccio “sintetico” ad un oggetto d’indagine, che è nel contempo oggetto d’amore e oggetto di studio; quindi, secondo le tesi del DR, portatore di denotazioni materiali ma anche di stimoli che non sono riducibili alla materia e che abbiamo riferito alla misteriosa aiteria. Il problema che con ciò si pone è il seguente: se “in realtà” (o almeno per lo più) materialità e aiterialità si danno insieme nella “prensione” della realtà, quale legittimità ha il considerare la supposta componente aiteriale di un oggetto “sostanzialmente” disgiunta dalla materia che lo fonda e non invece coerente con essa? Ed inoltre: dove sta e come si pone l’aiterio di un oggetto, di un insieme di essi, di una situazione, di un fatto rispetto alla loro fisicità e da che cosa esso può derivare?

    Per cercare di rispondere a queste domande possiamo ritornare all’esempio del libro di poesia trattato nel paragrafo 7.1, oppure risalire agli argomenti e ai loro correlati esposti nella Parte Prima, ma dobbiamo anche trovare risposte non più generiche ma puntuali e chiare, sia pur con la consapevolezza che più procediamo oltre e più “i piedi per terra” diventa difficile tenerli. Avevamo detto che il nostro approccio alla realtà corre sempre su un binario principale (quello della materialità) e su uno secondario, ma molto affascinante e importante, (quello dell’aiterialità) e che su questo incontriamo delle entità non materiali, impercepibili e solo intuibili, che abbiamo chiamato aiteri, i quali, secondo il DR, starebbero al margine dell’entità materiale considerata.  Avevamo rilevato che dobbiamo ritenere reali gli aiteri (quali elementi dell’aiteria) poiché essi sono intuibili attraverso le abmozioni, e riferirci agli effetti che essi producono sul nostro sistema mentale, nel quale avevamo identificato una funzione speciale, l’idema, che come un’antenna percepisce l “irriducibile” alla materia, lo riceve, lo elabora e lo restituisce come “forma” di sé. Adesso per continuare a sostenere che ogni ente della realtà è avvolto da un aiterio bisogna decidersi a definirlo nella sua genesi.

    Avevamo anche supposto che l’ambito aiteriale fosse costituito da una sorta di costituenti primari ed originari che avevamo chiamato pneumi. Confermiamo questa ipotesi e diciamo che, a partire da essa, siamo costretti ad immaginare i pneumi in due soli modi: o indifferenziati tra loro e contenenti “tutti” i caratteri aiteriali, oppure diversificati e quindi potenzialmente in grado di dare origine ad aiteri rispondenti soltanto ad uno o più caratteri (ma in ogni caso non a tutti).  Lasceremo in sospeso questa questione in quanto irrilevante, mentre è invece importante chiederci come sia possibile che dai supposti pneumi (che sarebbero aiterialità pura e quindi del tutto “estranei” alla materia) si potrebbe passare agli aiteri, i quali (in un certo senso) “aderirebbero” alle entità materiali rendendole “sensibili” alla nostra idema. La risposta più plausibile sembra quella che segue: non si può pensare che i pneumi spontaneamente si aggreghino per costituire gli aiteri “modellandosi” sulle entità materiali, ma bisogna pensare ad un intervento esterno affinché ciò avvenga. Infatti, avendo supposto l’aiteria come una modalità dell’essere relativamente stabile, non sembra appropriato immaginare che i pneumi diventino dinamici, aggregandosi per formare nuove entità aiteriali. Ma se i pneumi si modificano o si aggregano per cause esterne bisogna ipotizzare delle forze interne all’ambito aiteriale che agiscano in tal senso. Ma il concetto di  forza appartiene all’ambito della materia e pare quindi non pertinente all’aiteria. Sembra allora plausibile immaginare che sia proprio l’idema dell’homo sapiens,  quale avanguardia biologica sul versante dell’aiteria, ad agire in tal senso e che essa, dal momento in cui il primo uomo ha potuto attivarla, abbia cominciato a sintetizzare pneumi producendo aiteri. Utilizzando un criterio analogico rispetto alla materia (della quale abbiamo conoscenza) abbiamo avanzato una tesi sulla formazione degli elementi dell’aiteria (che non conosciamo) coi quali abbiamo un rapporto “effettuale” e quindi “reale”. Tale operazione è legittima? Secondo me è legittima nella misura in cui può esserlo la nostra tesi di fondo. Ci troviamo pertanto al punto cruciale in cui dovremo decidere se buttare il DR come pura spazzatura intellettuale o come ipotesi di ricerca degna di essere sviluppata.

    A nostro favore non abbiamo uno straccio di documentazione reale o di verifica, ma soltanto gli effetti (questi sì inconfutabili) che un “qualchecosa” di non-materiale (analogico ai caratteri alfa, beta, gamma, delta ed epsilon che avevamo ipotizzato come da noi intuibili) produce nella nostra vita corrente, sotto forma di emozioni particolari (le abmozioni) non razionalmente riconducibili a cause materiali. Se non vogliamo pensare che la nostra coscienza, il nostro intelletto e la nostra ragione (che supponiamo ci dicano il “vero” circa la materia) ci ingannino, dobbiamo pensare che questo “qualchecosa” (che abbiamo chiamato arbitrariamente aiteria) sia assolutamente “reale”, che “abbia esistenza” (ovvero effettualità) e che non sia assimilabile e riducibile in alcun modo alla materia, i cui effetti fisici (attraverso le sue forze e i suoi enti) danno luogo a realtà di carattere completamente diverso.

    Avevamo cominciato col dire che l’idema attraverso la propria formazione contemporaneamente formi un idioaiterio (aiterio di un’individualità) ed ora ci vediamo indotti a ritenere che l’idema faccia molto di più, producendo e “incollando” alle cose degli aiteri che le “qualificano” non più soltanto come entità materiali, ma come entità complesse e portatrici di caratteristiche sia fisiche che extrafisiche. Se questa tesi è legittima siamo portati a pensare che sia le cose naturali (che preesistono a noi) sia le cose artificiali (da noi prodotte), nella misura in cui entrano in relazione con l’idema di un uomo che le investe di sentimento, si “rivestano” di un aiterio che le concerne. Che i nostri lontani antenati (prima di venire corrotti dalle religioni) immaginando che ogni cosa avesse un “anima” e che l’insieme costituisse un’anima globale o “del mondo” avessero già intuito ciò che noi stiamo ipotizzando soltanto ora?

    Abbiamo così delineato uno scenario in cui le cose del mondo che si offrono alla nostra attenzione, fruizione ed uso non sono soltanto come appaiono, ma nascondono una seconda realtà, ad esse aderente e tuttavia separata. Da ciò deriva una sorta di divaricazione nella nostra prensione della realtà e di conseguenza la necessità di rivedere le idee che abbiamo sul nostro cervello, anzi, sulle nostre funzioni mentali, poiché dobbiamo cercare di capire come sia possibile che noi, fatti di materia, possiamo accedere ad una realtà che con tutta evidenza materiale non è. Abbiamo così escogitato un dispositivo euristico (il procedimento partitivo) e fatto a fette la mente, ricavandone sei funzioni analiticamente isolabili tra le quali una (l’idema) che ha il compito di aprirci la porta su un particolare secondo ambito della realtà a noi accessibile . Entità alla quale dobbiamo riconoscere una sua sostanza effettuale, poiché “agisce” su di noi, ma della quale non sappiamo assolutamente nulla, per il semplice fatto che essa è “fuori portata” rispetto agli strumenti d’indagine che la materia ci mette a disposizione. Adesso però dobbiamo spiegare come abbiamo scomposto la mente e come essa sia poi ricomponibile nella realtà del nostro esistere e se tutto questo marchingegno funzioni oppure no. Siamo così arrivati al momento di parlare di quel procedimento partitivo attraverso il quale (come la sorpresa nell’uovo di Pasqua!) salta fuori l’idema.

 

  

 

 7.4)  Il procedimento partitivo.

 

    Dopo aver assolto il gravoso compito di parlare di ciò di cui “non si può sapere nulla” possiamo cominciare finalmente ad entrare nella selva dei singoli elementi del DR, che avevamo avanzato un po’ arditamente senza preparazione e che possono aver creato un pò di vertigine terminologica. Di fronte a un secolare panorama dove esimi pensatori hanno sempre perseguito l’omologazione e l’unificazione si sarà già capito che io (che non credo nei “principi primi” unitari né totalizzanti) perseguo invece “stradalmente” la pluralità e la diversificazione. E questo lo faccio in quanto (almeno così a me pare) ciò per un indagine esistenziale risulta in definitiva molto più realistico che perseguire l’unificazione delle funzioni del nostro sistema emotivo-cogitativo in un’unità decisamente posticcia e poco sostenibile.

    Con buona pace dell’onesto Occam, sì, qui si “moltiplicano” gli enti! E lo si fa applicando un piccolo metodo da “bricolieri del pensiero”, al quale, poiché un nome bisognava pur darglielo, ho attribuito quello che sapete. In effetti, il benevolo lettore che è arrivato fin qui, dopo essersi sorbito la prima parte di questo fitto libriciattolo si sarà chiesto per l’ennesima volta perché mai si sia trinciata la mente in quattro organizzazioni e due infrastrutture. Ma, credetemi, non si è trattato di un ulteriore “raptus pluralistico”, bensì dell’utilizzo di un criterio per l’approccio al sistema nervoso-encefalico non di tipo fisiologico (non ne avrei neppure la cultura) ma semplicemente “induttivo-funzionale”. Sulla base di tale approccio sono state individuate (diciamo per “condensazione” funzionale) delle virtuali entità cerebrali (le ho chiamate organizzazioni come avrei potuto anche chiamarle “moduli” funzionali) che a fini della nostra ricerca si prestano ad essere considerate ed analizzate singolarmente.

    Può darsi che ci sia molto di arbitrario in questa partizione e certamente a qualcuno si rizzeranno i capelli in testa, perciò, se devo venire impallinato bisogna pur che mi dia da fare per crearmi un debole scudo. Tuttavia (scusate la presunzione), con buona pace degli scienziati a me pare che questo “macchinetta” filosofica tutto sommato “funzioni”, nel senso che ci permette di focalizzare l’attenzione sulle “direzioni” operative della mente, le quali, sia pure a fronte di una “reale” indistinguibilità strutturale, offrono nell’insieme un panorama, forse un pò semplicistico ma chiaro, sulla individuazione dei processi intellettivi ed emotivi. Esse infatti ci permettono di analizzare i procedimenti del pensiero, gli stati d’animo e le emozioni come dei “prodotti” di funzioni distinte, con caratteri relativamente identificabili che li differenziano per gruppi.

    Su questo terreno, d’altra parte, si contano illustri precedenti, tra i quali il più noto è forse quello freudiano di affettare orizzontalmente la mente, per evidenziarne strati nascosti che stanno sotto ed altri più presenti alla coscienza che stanno sopra. Uno strato profondo  (l’inconscio) che noi non conosciamo e non controlliamo, dove finiscono ricordi ed esperienze sgradevoli (quindi rimosse [113]) al punto da farlo sembrare una “spazzatura psichica”, che vive sotto i pochi centimetri di tappeto erboso e ben lavorato della nostra coscienza vigile. Così lo “scienziato” Freud, se ha voluto veramente creare una metodica “funzionante” per curare i disturbi psichici, si è dovuto inventare una “partizione” che di scientifico ha poco o nulla. Per venire poi ai giorni nostri un altro esempio abbastanza interessante di partizione è la “mente modulare” dello psicologo statunitense Jerry Fodor [114], il quale articola la mente in “moduli” che vengono posti in rapporto con analoghi elementi dell’intelligenza artificiale. Questo studioso pensa le funzioni mentali preposte alla percezione come delle strutture modulari specifiche e indipendenti tra loro, funzionanti in modo separato ed in base a vincoli operativi e procedurali innati e specifici della mente umana.

    A questo punto però bisogna affrontare con chiarezza il problema di un’apparente contraddizione interna al nostro discorso. Infatti, da un lato abbiamo negato validità ad un atteggiamento riduzionistico (che attribuisca operazioni mentali “reali” alle funzioni così isolate) e per altro verso abbiamo poi applicato un criterio partitivo arbitrario, nell’individuare tali funzioni isolabili della mente, la quale ovviamente funziona invece come un sistema unitario. L’apparente contraddizione emerge soltanto qualora non si compia preliminarmente una distinzione tra livelli interpretativi [115] delle strutture mentali, dove il primo livello, che è quello fisiologico (o neuronale-sinaptico), si rivela assolutamente inadeguato per un approccio cognitivo ad alcune funzioni superiori. Le quali, peraltro, non sono mai singolarmente distinguibili nella pluri-funzionalità uniformemente e costantemente presente del pensare (poiché si presentano concadenti), ma sono soltanto analizzabili in riferimento a “configurazioni” mentali nelle quali emergano i loro caratteri, distinti e separabili.

    Andando oltre il discorso di chi, come Paul Davies (nota 115), sostiene la necessità di una lettura olistica e non fisiologica della mente, si potrebbero individuare tre livelli di interpretazione di essa, che potremmo chiamare: a) fisiologico, b) strutturale e c) funzionale. Al primo livello a) la mente non esiste in quanto tale, ma si può parlare soltanto di cervello. Al secondo b) la mente è una totalità strutturale che può assumere nel tempo diverse configurazioni funzionali strettamente coordinate, per cui, a partire da una “macchina” sola, si danno “modi” di funzionare differenti e distinguibili. Al terzo livello si opera partitivamente un’analisi funzionale e “soltanto ed esclusivamente a fini di ricerca” si pongono ”parti” distinte di funzioni mentali del tutto differenti.

    I nostri sei fattori della mente si pongono allora come elementi “esistentivi” funzionali separati e distinti, che se si vuole usare una similitudine culinaria sono un pò come la frutta, le verdure, i cereali, il pesce o la carne, i quali vengono tutti distrutti nello stomaco allo stesso modo per fabbricare quel sangue che è l’alimento “sintetico” del nostro corpo. Così i frutti del lavoro della psiche, della ragione, dell’intelletto, dell’idema, della memoria e della coscienza vengono distrutti dall’esistenza in quel “flusso” pensante-senziente che alimenta la mente. La quale però, considerata unicamente quale sintesi olistica, risulterebbe un oggetto assolutamente misterioso e indefinibile, di fronte al quale l'unica opzione ragionevole sarebbe il silenzio, mentre analizzato per parti funzionali diventa un’unità strutturale articolata e ricca di tutti quei significati che la riflessione filosofica e psicologica da sempre evidenzia.

    D’altra parte, anche gli illustri precedenti psicanalitici non è che avessero molti elementi scientificamente oggettivi a loro favore per elaborare quelle meritorie teorie applicabili nella prassi psicanalitica, le quali, tuttavia, fuori dello stretto campo terapeutico, non sono state esenti da arbitrî (compresi quelli dello stesso Freud) molto più “fantasiosi” dei nostri. [116]. In effetti dalla psicanalisi il DR ha tratto numerosi spunti, anche se il suo obbiettivo (esistenziale anziché sanitario) non è quello di risolvere problemi di salute psichica, ma semmai quelli di relazionare l’individualità al mondo e alla vita e di trarne qualche utile indicazione pratica per vivere nel miglior modo possibile.

    Ma, se nell’analizzare le funzioni virtuali della mente col procedimento partitivo ci stiamo esponendo come vittime sacrificali a feroci critiche è assai probabile che nel trattare dei caratteri dell’aiteria andrà molto peggio, in quanto addirittura proporremo uno scenario “aperto”, dove ognuno potrà decidere se togliere, condensare o aggiungere possibili frutti delle sue intuizioni personali o semplicemente della sua immaginazione al panorama aiteriale. D’altra parte, lo scopo che ci siamo prefissi è proprio quello di aprire una pista percorribile nella selva di quell’ignoto “necessariamente” sconosciuto e (purtroppo) molto probabilmente inconoscibile anche in avvenire per l’homo sapiens.

    Non so se questa spiegazione sia risultata soddisfacente, ma se non lo è subito spero possa diventarlo quando questo argomento sarà stato trattato nel dettaglio. Per ora non mi resta quindi che invitarvi ad aver pazienza e ad aspettare ancora un poco, prima di decidere se alla fine la ciambella vi sembrerà riuscita col buco oppure senza. 

    Dopo aver delineato il procedimento partitivo vogliamo tentare di darne ancora una sintetica definizione che potrebbe suonare così: « esso è la suddivisione puramente “strumentale” (a fini euristici) di un “insieme”,  strutturalmente e funzionalmente eterogeneo, nei suoi “fattori-agenti” basilari ». Come si sa già questi fattori funzionali sono le organizzazioni (psiche, ragione, intelletto, idema) e le infrastrutture (memoria, coscienza).

 
 

 

7.5)  Il corpo.     

 

    Prima di approfondire il nostro discorso sulla mente si rende indispensabile dedicare un pó di attenzione a quella meravigliosa macchina grazie alla quale, attraverso l’evoluzione, è stato possibile supportare gli sviluppi dimensionali e prestazionali del nostro cervello. Un errore in cui spesso si cade e in cui ancora più spesso ancora sono caduti e cadono i filosofi è quello, se non sempre di svalutare, quanto meno di ignorare il fatto che qualsiasi funzionalità della mente dipende prioritariamente dalle condizioni in cui il corpo funziona. Col mal di testa o il mal di denti, tanto per banalizzare, non si fa né matematica né poesia né filosofia, per la semplice ragione che si fa già un’altra cosa, che nella sua deprecabilità è tuttavia uno degli aspetti fondamentali della vita, ovvero “soffrire”. Quando nel paragrafo 6.2 abbiamo trattato della moira abbiamo anche stigmatizzato con essa il trionfo della necessità, madre di questa forma oggettiva della nostra sensibilità intellettiva, che abbiamo anche chiamato “senso” del tragico. E della moira (insieme all’ignoranza) la sofferenza è parte fondamentale; così fondamentale e importante che avevo chiuso il paragrafo 1.4 (L’ignoto e la verità)sostenendo che “forse” essa è l’unica esperienza umana nella quale si dà (e in modo non feticistico) la verità metafisica.

    Queste categorie extrafisiche che il DR introduce potrebbero apparire abbastanza astratte (o varianti di una tornante metafisica) se mancassimo di sottolineare la loro stretta correlazione col corpo; il quale è sì anche la “carrozzeria” che ci porta a spasso, ma soprattutto è quell’insieme di tessuti e organi meccanici, chimici e specialmente elettro-chimici che presiedono al funzionamento di tutta la baracca, per concludersi col nostro sistema nervoso, fino al confine estremo dell’ultima cellula della nostra corteccia. Perciò quando parliamo di cervello stiamo ancora sempre parlando di corpo, mentre quando parliamo di mente ci riferiamo a qualcosa di molto più impreciso e sfuggente, dove i nostri metodi di indagine diventano sempre estremamente imprecisi, e dove ci inoltriamo in una realtà sfuggente, per la quale essi sono sempre inadeguati. Se poi (più correttamente) parlassimo di encefalo (di cui il cervello è parte) dovremmo anche aggiungere che la nobile materia grigia non c’è solo nella testa, ma anche all’interno del midollo spinale, il quale, scendendo lungo la schiena, va a finire dalle parti di quel luogo corporeo ritenuto a torto molto meno nobile “dove non batte il sole”. D’altra parte è noto (e ognuno di noi ne è testimone) che le multiformi interazioni psicosomatiche fanno sì che corpo e mente costituiscano un “unità” inscindibile nella “navigazione” della vita e che senza di essa non sarebbe neanche possibile il sorgere di nessuna delle prospettive esistenziali di cui ci stiamo occupando.

    Allora noi dobbiamo guardarci seriamente da tentazioni palingenetiche del dualismo platonico o di quello cartesiano, che a dispetto dell’omonimia non hanno proprio niente in comune col DR, poiché ciò significherebbe distruggere quell’unità inscindibile che l’evoluzione ha fatto crescere nella sua globalità specifica, dove la stazione eretta e l’arto superiore prensile sono altrettanto fondamentali delle aree di Broca [117] o di Wernicke [118] , che in un certo senso ne sono le ultime conseguenze. 

    Abbiamo già sostenuto che senza la pancia piena non si fa nessuna filosofia, ma forse sarebbe opportuno aggiungere che senza buone condizioni di salute (se non continuative almeno saltuarie) nessuna attività intellettuale degna di questo nome risulta possibile e che anche un genio come Chopin se ha composto della musica immortale ha potuto farlo perché  “ogni tanto” i sintomi della sua tisi lo lasciavano in pace. Ma bisogna anche combattere contro i pregiudizi ideologici che vedono con sospetto un eccessiva concessione ai cosidetti “piaceri materiali” (del corpo), poiché se è vero che la musica di Bach o il “Giudizio” di Michelangelo possono mandarci in estasi non è inopportuno lasciarsi andare (quando si può) ai sani piaceri “della materia”. I quali, praticati con saggezza, sono (insieme a quelli “dello spirito”) l’unico “salutare” antidoto contro l’assalto continuo dell’angoscia esistenziale e della sofferenza.

    Così mi sono dato qui l’occasione di sottolineare il mio edonismo, che va molto al di là di quello del grande Epicuro, il quale in verità era assai più “spiritualista” di me, per quel suo privilegiare in special modo i piaceri intellettuali e quelli etici connessi all’amicizia. D’altra parte, io ritengo che una volta sciolti i lacci della perversa sessuofobia paolina [119] (passata pari pari nel Cristianesimo) si debba andare verso un’etica che non demonizzi mai il piacere, ma lo ritenga il modo migliore di disporsi alle più eccelse virtù etiche. Ma voglio aggiungere (tanto per introdurre anche una nota personale) che il destino (che più o meno ci costruiamo con le nostre mani) è poi quello che “ci capita”, sicché (per esempio) tutti i miei adolescenziali sogni di libertinaggio si sono poi spenti nella realtà “quasi monastica” del mio vivere, che mi ha portato a riflettere sui temi che stiamo trattando e che non hanno molto a che fare con l’edonismo puro e sano che ho appena promosso. E con ciò chiudo il mio inno al corpo, disponendomi alle rarefatte atmosfere della mente, della quale mi accingo a trattare, “sempre” sperando nella benevolenza di chi continui a seguirmi.

 

  

 

 7.6) La mente in una nuova prospettiva.

 

    Io non so se l’opzione di fare proprio il DR e credere al pluralismo sostanziale del cosmo porti dei grandi vantaggi in termini esistentivi, so però quali aperture produca in termini esistenziali [120]. Ma devo anche mettere in guardia il lettore da qualche rischio che corriamo nel concedere troppo all’immaginazione, per cui mi corre l’obbligo di dare prima sinteticamente risposta a qualche plausibile domanda. L'atteggiamento del dualista è forse caratterizzato dal fatto di privilegiare un futuro incerto rispetto a un presente certo? Questo non lo credo proprio. E dando credito al DR c'è il rischio di prendere una cantonata, di inseguire un'illusione e per di più finire all'inferno? Questo è possibile. Oppure il rischio vero è di condannarsi all'isolamento e alla solitudine rispetto ad un mondo ossequioso della religione o della sapienza filosofica ufficiale? Questo è sicuro. Ma….

    Il dualista peraltro sa che, almeno prima di qualche millennio (e sempre che l’homo sapiens ci sia ancora), non sarà possibile una verifica sperimentale dell’esistenza dell’aiteria.  In fondo in fondo il dualista si pone nella stessa identica posizione di Pascal: la sua è una “scommessa”. Con una differenza però: che Pascal scommetteva sull'irrazionalità ed il dualista scommette sulla razionalità. Effettivamente egli non ha nessunissima garanzia di essere nel vero e tuttavia crede di saper distinguere quali visioni del mondo sono sicuramente false. Il dualista ha operato un processo di esclusione per il quale, allo stato attuale della conoscenza umana, l'ipotesi dualistica gli sembra essere la sola che ragionevolmente possa avvicinarsi al vero, ben sapendo che la verità (a parte quella della logica) non esiste e che tutt'a’ più possiamo accedere al reale “per noi”. Però è anche consapevole che questa opzione un pò avventurosa e priva di approdi sicuri e consolanti può condurlo forse ad un’autentica mutazione antropica. Poiché il DR, aprendo la mente al pluralismo della realtà, sfonda le porte della “fortezza monistica” in cui l’uomo si è rinchiuso da qualche millennio e che lo costringe ad un circolo vizioso filosofico, col quale si torna sempre al punto di partenza.
   

    Se è corretto definire la mente una macchina che produce pensiero, prima di occuparci di essa sarà opportuno soffermarci sul suo prodotto. Prodotto che è quanto di più vario si possa immaginare e che non si configura soltanto nel discorso mentale (tradotto o meno in suono vocale) ma più generalmente in ciò che viene definito “immagine mentale”. L’immagine mentale in senso letterale riguarderebbe esclusivamente la formazione di una visione (di un oggetto o di una scena) ma in realtà nelle scienze cognitive l’espressione ha assunto un significato più ampio e può quindi riguardare una situazione in generale, uno stato d’animo, un suono, un odore, una sensazione tattile e naturalmente un discorso. Tanto per esemplificare quest’accezione molto ampia di pensiero aggiungeremo che con essa si può sottintendere l’emozione in generale, l’angoscia, la paura, la speranza, il desiderio, i frutti dell’immaginazione e della fantasia, i progetti o le credenze.

    Il pensiero, di per se stesso, sia che lo si consideri nell’accezione ristretta sia in quella più ampia, è tuttavia qualcosa che non presenta evidenti caratteristiche di materialità, ma non sarebbe neppure corretto definirlo immateriale. Dopo tutto anche un computer produce pensiero, sia pure di tipo esclusivamente computazionale ed analitico (almeno per ora), e per questo motivo esso può essere legittimamente definito una “ragione umana artificiale” che funziona ad energia elettrica.  Potremmo allora affermare che il pensiero è un prodotto materiale all’origine ma che poi, a seconda della forma che prende assume la sostanza di tale forma. Se questa riguarda un entità materiale il pensiero resta materiale, se invece il pensiero prende la forma di un evento riferibile ai diversi caratteri dell’aiteria abbiamo una sua transustanziazione nell’immaterialità. Questa considerazione apparirà certamente schematica ed in effetti non rende la complessità della fenomenologia cogitativa, la quale non si lascia ovviamente ridurre in schemi, ma essa ci aiuta ad analizzare il fenomeno riferendolo ai due grandi campi esperienziali che il DR teorizza. Il pensiero in questa sua “neutralità” funzionale ed oggettivante rappresenta forse il vero spartiacque tra la specie homo e le altre, anche se non va dimenticato che ridere o piangere (ma anche i cani lo fanno) non c’entrano col pensare, ma sono altrettanto caratterizzanti. 

    A suo tempo prenderemo in considerazione un altro aspetto delle modalità con cui il pensiero si manifesta come prodotto delle nostre funzioni mentali, alludo alla sintesi intellettiva che la nostra coscienza ci rivela quale “risultante” definita ed identificabile del lavoro sinergico delle diverse organizzazioni. In essa i contributi di ogni organizzazione concorrono a quell’unicità sintetica che è il “pensiero coerente” di cui abbiamo consapevolezza, che risulta chiaro, formulabile e trasmissibile. Ma sarà molto difficile capire qualcosa del complesso processo “a più mani” che ad esso conduce senza avviarci umilmente su questa strada, operando quindi un’operazione di avvicinamento senza pretese o illusioni di conclusioni chiare ed esaustive.   

 



NOTE cap.7

(107) La credenza è un concetto filosofico che ha impegnato diversi pensatori, a cominciare da Platone che l’ha posta a metà strada tra la vera conoscenza e la fede. Per Hume essa ha un valore gnoseologico molto relativo, ma un ruolo psicologico importante; essendo fondata su elementi certi relativi ad esperienze pregresse essa è una sorta di estensione di ciò che si sa; quindi il contenuto della credenza è ritenuto attendibile attraverso un meccanismo mentale del tipo “se-allora”. La credenza è concetto molto importante per il pragmatismo, ma con significato differente: per C.S.Peirce è ciò che determina un comportamento abitudinario, per W. James è ciò che trova la propria conferma nel ricevere assenso, a prescindere da criteri di verità o falsità, e acquista valore per i vantaggi esistenziali che produce.   

(108) Per scientismo si intende quell’atteggiamento filosofico che assume la scienza come criterio unico di approccio alla realtà e ritiene che non ci siano limiti di campo alla validità delle sue indagini.


(109) Auguste Comte (1798-1857), filosofo e sociologo francese, a cominciare dal suo Corso di filosofia positiva (1830-42) e nei successivi Politica positiva o trattato di sociologia (1851-54) e Catechismo positivista (1952) pone la legge dei tre stati come quadro generale di interpretazione della realtà storica e fattuale. Al primo stato (infanzia dell’umanità), teologico o fittizio, segue naturalmente quello metafisico ed astratto (giovinezza dell’umanità), individualistico e distruttivo, che va superato fino al conseguimento dello stato “scientifico e positivo” (maturità dell’umanità), dove l’intelligenza umana si applica scientificamente a scoprire le leggi dei fenomeni naturali senza più occuparsi delle origini o dei destini dell’universo. Questo processo, riscontrabile a livello ontogenetico in ogni individuo, trova la sua conferma a livello filogenetico e storico e costituisce il quadro epistemologico di riferimento. La sociologia è intesa come fisica soclale e anche ad essa va applicato rigorosamente il metodo scientifico, grazie al quale sarà conseguibile una società umana del benessere e dell’armonia, priva di contrasti interni e unicamente volta al progresso.  Quest’atteggiamento porterà Comte a concepire una vera e propria religione positiva, laica e materialistica, nella quale l’umanità diventa un mistico Grande Essere.

(110) L’universo elegante di Brian Greene (Einaudi 2000).


[111] In realtà la teoria delle superstringhe è un “sistema” matematico estremamente complesso, costituito da ben cinque teorie diverse ed interconnesse, la cui risultante è la cosiddetta M-theory. Va aggiunto che le stringhe possono essere aperte o chiuse e che sono dinamiche, infatti, oltre a muoversi attorno al proprio baricentro, possono generare dei corpi bidimensionali (branes) e tridimensionali (tribranes).  

[112]  Questa tesi viene sostenuta nel già citato Dio e la scienza (nota 75 della Parte Prima) del filosofo cattolico francese Jean Guitton con la collaborazione dei fratelli Bogdanov.

(113) Nella psicanalisi la rimozione è l’inconsapevole processo col quale il soggetto espunge dalla coscienza certune rappresentazioni legate a una pulsione (perlopiù sessuale) che se venisse soddisfatta entrerebbe in contrasto con le esigenze dell’Io o del Super-Io.

(114) Fodor Jerry A. (1935) partendo dalle tesi di Chomsky, e in netta opposizione al comportamentismo, ha sviluppato tra gli anni ’60 e ’70 una ricerca volta alla ricerca di una sorta di “linguaggio del pensiero” codificabile e soggetto a sperimentazione, per approdare infine al campo specifico delle scienze cognitive con La mente modulare del 1983.

[115] Il discorso sulla differenza dei livelli viene posto molto bene da Paul Davies nel suo Dio e la nuova fisica (Mondadori1 1984) dove si propone una lettura olistica delle funzioni mentali, richiamando (pag.93) la struttura del computer, dove lo hardware e il software costituiscono esemplarmente i due livelli in base ai quali funziona la macchina. Il software non può funzionare senza l’hardware, ma questo da solo non potrebbe mai spiegare le funzioni che il software consente di effettuare al computer.

(116] Mi riferisco alle analisi estetiche di Freud relative ad opere della letteratura e dell’arte, tra le quali spiccano Delirio e sogni nella “Gradiva” di Jensen (1907), Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci (1910) e Il Mosé di Michelangelo (1914). Rilette dopo circa un secolo dalla loro formulazione e analizzate con un minimo di realismo appaiono, pur nella loro innegabile coerenza “interna” dal punto di vista psicanalitico, fortemente arbitrarie e il loro risultato analogo ad operazioni di pura “fantasia” interpretativa.  

(117] Al chirurgo e antropologo francese Paul-Pierre Broca (1824-1880) è dovuta la localizzazione del centro della produzione del linguaggio nella terza circonvoluzione  frontale dell’emisfero cerebrale sinistro. Lesioni all’area (o centro) di Broca provocano l’afasia motoria, la forma più grave di tale tipo di disturbi.

[118] L’area di Wernicke, situata un pò più verso la nuca di quella di Broca (nel lobo temporale) è preposta alla comprensione del linguaggio.

[119] Le lettere di Paolo di Tarso pullulano di invettive contro i piaceri del sesso e di inviti a  frenare e mortificare la concupiscienza della carne (vedi Romani: 6,12; 8,8; 13,14; Galati: 5,16; Efesini: 4,22; 5,3; Colossesi: 3,5; Timoteo I: 2,12; Ebrei: 12,1)

[120] Per la distinzione tra i due aggettivi rinvio alla nota 80 della Parte Prima.